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venerdì 7 ottobre 2011

Educare contro il razzismo



Non esiste il termine razzismo ma vari razzismi.
Vi è il razzismo aperto, quello manifestato, teorizzato, quello che conosciamo storicamente classificando i
gruppi umani considerandone alcuni inferiori in base a caratteristiche biologiche.
L’atteggiamento di razzismo aperto si basa su emozioni forti che hanno profonde motivazioni psicologiche nell’insicurezza e nella paura dello straniero e del diverso, rinforzate da miti razziali negativi.
Lo stesso può essere organizzato da forze politiche, da programmi di esclusione e nelle cattive delle ipotesi da
discriminazioni di massa, se non anche dalla presenza di crisi economiche, di tensioni tra gruppi, dal rapido
arrivo di immigrati e dal ruolo delle forze sociali e politiche che spesso si adoperano per coagulare espressioni
del razzismo.
Il razzismo culturale cerca di giustificare le attitudini e le pratiche di discriminazione a livello di costumi
sociali ed abitudini.
Così è possibile parlare di razzismo senza razza che esclude gli altri senza una causa della diversità di cultura; al colore della pelle si associa l’incompatibilità di persone, gruppi e popolazioni con i loro modi di pensare,
vestirsi, mangiare, muoversi.
Le cause sono dovute spesso a fattori psicologici-soggettivi, condizioni economiche e storico-sociali; il
prendere in considerazione tali fattori contribuisce all’arricchimento dell’analisi aprendo possibilità di azione
educativa che prendano in considerazione sia gli aspetti della personalità individuale sia del contesto storico
sociale in cui avvengono le relazioni interculturali.
Per adottare un’efficace strategia educativa non si può non tener conto dell’interdipendenza esistente tra
percorsi individuali di vita ed il fenomeno immigrazione nell’ottica della percezione collettiva e della realtà.
Un’educazione che si limita a reagire ad atteggiamenti intolleranti non raggiunge i suoi scopi, deve pertanto
nell’ottica dell’interculturalità articolarsi sia a livello della sfera emozionale ed affettiva sia sul piano
cognitivo, assumendo dunque la dimensione culturale.
Assumere la dimensione culturale significa favorire l’incontro tra persone lavorando anche per la prevenzione
di idee e comportamenti di tipo razzista (effetti strumentali e comunicativi direbbe Mead) poiché il pregiudizio
si colloca sia a livello cognitivo che socio affettivo e richiede peraltro modalità educative basate non solo sulla
conoscenza ma anche sul contatto o sui fattori relazionali.
I programmi dovrebbero essere ispirati a nuove conoscenze , al confronto a livello cognitivo ed all’apertura ai
punti di vista dell’altro se non anche all’ascolto della diversità superando così gli stereotipi.
Ma è anche opportuno chiarire concetti quali: differenza, diversità, disuguaglianza, devianza.
Per differenza si intende una varietà qualitativa del gruppo rispetto ad altri gruppi che hanno forte radici
comuni. La differenza va tutelata.
Diversità indica ciò che diverge da norme prestabilite per comune consenso, ne deriva che la diversità è
tollerata a seconda del variare dei costumi e dell’interpretazione delle norme.
Il termine disuguaglianza ha un significato quantitativo: si riferisce a ciò che viene considerato equo e devianza
indica un comportamento inappropriato nei confronti delle norme.
I provvedimenti nei confronti degli individui, dei gruppi e delle minoranze risultano essere incerti,
contraddittori se non viene stabilito dall’inizio ciò che va tutelato.
L’educazione interculturale deve essere considerata come la risposta più idonea alle sfide dell’attuale società complessa ,si tratta di imparare a comunicare con culture altre trovando nuove forme di rapportarsi con il nuovo e l’alterità.
La stessa può essere concepita come educazione alla pace fondata sulla fiducia reciproca degli uomini e dei
popoli, infatti educare alla pace non significa solo promuovere capacità di rispetto reciproco, comunicazione
assertiva, gestione dei conflitti, ma una più globale educazione di valori ed ai valori che sono costitutivi della
pace stessa: la verità, la tolleranza, la giustizia, l’amore, la solidarietà . . . etc . . . valori che poi sono condivisi da tutti i popoli in uno spirito di convivenza costruttiva



giovedì 6 ottobre 2011

Il razzismo non è scomparso . . . come cambiare le cose?

Chi fa la maestra lo sa. Viviamo di emozioni.
I bambini sono esseri straordinari che sanno far sorridere con nulla e far piangere con niente.
Viviamo di emozioni, si . . . ma non sempre positive.
Sono seriamente preoccupata per le generazioni che stanno crescendo e vorrei poter fare qualcosa.
So che non si deve fare di tutta l’erba un fascio ma l’anno scorso ho lavorato con bambini razzisti al massimo e quest’anno, cambio scuola e classe, ma la situazione non cambia! Ovviamente non tutti gli elementi di queste classi erano degni di questo appellativo disdicevole, ma la maggior parte si.
Speravo che quella classe fosse un caso isolato e invece la triste realtà è ben altra . . . 


E se pensate che la mia esperienza di insegnante di sostegno è limitata a questi due anni, beh capirete perché trovo la cosa scoraggiante.

Situazione: cambio di bachi mensile. Uno dei bambini bulletti finisce di fianco alla bambina senegalese nuova arrivata che parla pochissimo italiano.
Bulletto: Stai lontana! Tieni la tua roba sul tuo banco e non infettare il mio! (le sposta il banco allontanandolo dal suo)
La bambina ride non capendo ancora bene la lingua ( per sua fortuna in questo caso!)
L’insegnante interviene rimettendo il banco al suo posto “Il banco deve stare qui, che hai? Perché  fai cosi?”
Bulletto: ci penserà mia madre a risolvere questa situazione, questa puzza! E tu stammi lontana!( rivolta alla bambina)

E’ davvero spiazzante e triste vedere certi atteggiamenti e sentire certe frasi da parte di un bambino di 10 anni!! E sapete qual è la cosa brutta? Che bambini come questi ( bulletti fatti e finiti) saranno il futuro della nostra società!! Potrebbero essere i nostri futuri politici ( o calciatori viste le loro aspirazioni cosi alte e ricche di valori ) . . .
Vorrei fare qualcosa, ma ora, oggi sono un pochino scoraggiata …
Una maestra di fronte ad atteggiamenti simili – e vi assicuro che questa è ancora una situazione soft e delicata -  come può fare? Noi abbiamo il compito di educare i bambini, di insegnargli a stare al mondo e ad apprendere . . .  L’educazione dovrebbe partire dalla  famiglia ed essere rafforzata a scuola . . . ma se i genitori sono i primi ad avere atteggiamenti di questo genere e difendono il figlioletto che “non deve sorbire questo peso” ( avere a fianco una compagna senegalese… che peso! -.- ) come può un’insegnante cambiare le cose?
Devo trovare un modo. Ci devo provare!!! 



E io che speravo che il razzismo fosse praticamente scomparso . . .  povera illusa!

Maestre, amici, lettori . . . un consiglio??