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lunedì 26 agosto 2013

. Alfabeto in poesia .


A come arcobaleno che diventa lungo come un treno
B come Biancaneve e i sette nani che giocano stringendosi le mani
C come Cenerentola e la fatina che al posto della carrozza trovano la zucchina
D come dado colorato che un bambino ha lanciato nel prato.
E come elefante intelligente che al posto della proboscide usa la mente
F come farfalla innamorata che posandosi sul fiore si è sporcata.
G come girasole alto e delicato che verso il sole si è girato.
I come ippopotamo inzaccherato che nonostante l'aspetto si è fidanzato.
L come leone inferocito che dalla gabbia per paura è fuggito.
M come mamma affettuosa che ad ogni fiore preferisce la mimosa.
N come nonna generosa alla quale voglio regalare una rosa.
O come orco incatenato che per magia è stato liberato.
P come uno strano pappagallo che al mattino ripete sempre il verso del gallo.
Q come quaderno scarabocchiato che da un bambino viene cancellato.
R come rana verdeggiante che vorrebbe tanto volare sull'aliante.
S come salmone iridescente che per magia è diventato un salvagente.
T come topolino addestrato che a fare le capriole ha imparato.
U come uccellino cinguettante che con la sua voce canta dall'altoparlante.
V come volpe furba e scattante che per salvarsi dal cacciatore è diventata ansimante.
Z come Zorro audace e coraggioso che combatte con il nemico muscoloso.

mercoledì 10 aprile 2013

I bambini non sono pezzi di carta ...



Negli anni '70 c'è stato un gran movimento che ha fatto sì che molti insegnanti abbiano iniziato a inserire i bambini disabili fino ad allora relegati nelle scuole speciali. Una grande rivoluzione che oggi rischia di avere delle battute d’arresto. Se è vero che hanno contribuito a questo risultato tenti studiosi e psicologi, oggi non c’è un eccesso di “specialismi”?  La diagnosi, per esempio, è sicuramente uno strumento importante, ma  alla conoscenza del bambino non dovrebbero anche contribuire saperi certamente non “scientifici”, ma ugualmente importanti, frutto dell'esperienza diretta di chi vive la situazione, della stessa persona che viene diagnosticata e dei suoi famigliari, o coetanei, o amici o insegnanti? Non dovrebbe esserci più attenzione e ascolto dei vari punti di vista senza atteggiamenti gerarchici? Ridurre alla diagnosi la diversità del bambino non condiziona anche chi è in relazione con lui?

Sembrerà che la mia risposta sia stravagante e paradossale. Mi piacerebbe immaginare la scomparsa delle diagnosi. E’ certamente paradossale che la diagnosi, che, anche per la sua etimologia, dovrebbe essere uno strumento per la conoscenza, diventi invece sovente un ostacolo alla conoscenza, che sembra un fatto per gli specialisti. Può così succedere che un insegnante che da un  paio di mesi incontra tutti i giorni, e per diverse ore ogni giorno, un bambino o una bambina, ritenga di non sapere niente perché non è ancora arrivata la diagnosi. 
Spero sia chiaro che la mia risposta è soprattutto dettata dall’uso improprio della diagnosi, diventata, nel nostro paese, un credito esigibile in “sostegni”: se c’è una diagnosi, può esserci un “sostegno”. Ritengo che la domanda contenga ciò che registro sovente nelle scuole: la diversità di chi cresce è condizionata dalla diagnosi, che “chiude” alla conoscenza diretta da parte di chi vive in relazioni quotidiane con quel/la bambino/a. Ciascuno subordina ciò che vive alla “verità” della diagnosi, anche lamentando la sua assenza, i ritardi che possono esserci. Ancora: l’uso improprio della diagnosi è collegata alla “consegna” di chi cresce con la sua diversità (che non ritengo né esclusiva né escludente) al “suo” sostegno, in un rapporto a due che appare la risposta universale. Credo, in buona compagnia, che sia necessario circoscrivere l’utilizzo e l’utilità del rapporto a due e sviluppare una didattica inclusiva che coinvolga tutto il gruppo-classe.

C’è stata in questi ultimi anni un’attenzione superficiale ma straordinariamente ampia ai “Disturbi Specifici di Apprendimento”, alle “Sindromi di Iperattività”, a cosa è dovuto questo aumento di diagnosi? Non pensa che ci sia un eccesso di “specialismi”? Non c’è un eccessivo ricorrere a farmaci? 
I farmaci sono utili se non diventano la risposta unica e permanente. Se non dormo e un farmaco mi permette di riposare e riprendere forze, ben venga il farmaco. Ma se diventa il modo permanente e unico per me di dormire e riposare, non è una buona cosa. Dico queste cose semplici, dettate anche e soprattutto dalla mia presunzione di buon senso e dall’esperienza, che non è un merito ma è dovuta all’età. L’impiego di farmaci esige un intenso rapporto con chi ne assicura lo stesso impiego. Non è così, sovente, perché sembra che la prescrizione sostituisca ogni rapporto complementare. Accade purtroppo per situazioni psichiatriche. Mancando le risorse umane, vengono impropriamente sostituite con la prescrizione. Un danno non da poco. Possibile proprio per lo specialismo che induce a credere che vi sia chi – lo specialista – conosce tutto, può tutto, ed è irraggiungibile da chi non è specialista. Si può dire che è “fuori controllo”…
Quanto ai “Disturbi Specifici di Apprendimento”, alle “Sindromi di Iperattività”, devo dire che sotto queste indicazioni vi sono situazioni molto varie, che ci fanno capire che anche le cause possono essere varie. Cercando di esprimermi con semplicità, il più delle volte è utile cercare di mettere un po’ d’ordine in vite scombinate, in cui manca un ritmo regolare di sonno e veglia. Sovente, chi sta crescendo con questo tipo di problemi, non dorme bene, e neanche mangia bene. Forse le famiglie possono essere attente a queste cose. Ad esempio: passare dal giorno attivo alla notte di riposo non bruscamente ma attenuando suoni e luci; mangiare insieme, con calma. Non sono cosa da specialismi e da specialisti. Sono praticabili da tutti, se ciascuno assume una parte di responsabilità, collaborando con chi è specialista, e non delegando. 

Non sono in questo modo anche deresponsabilizzati i genitori e gli insegnanti che tendono a delegare, invece che ad affrontare i problemi in prima persona, magari (se necessario) con l’aiuto degli specialisti?
Proprio così. Abbiamo costruito una “integrazione” che finisce per utilizzare in modo ambiguo e contraddittorio la delega. Smontare questo modo senza smontare l’integrazione, anzi… Questa è la sfida che dobbiamo coraggiosamente accogliere.

Articolo tratto da: la scuola ci riguarda tutti.

domenica 11 settembre 2011

L'altalena dentro me



Il mio umore è come un’altalena, va su e giù con le emozione che mi attraverso anima, cuore e corpo.
Sensazioni positive e negative, brividi  di abbandono e calore di compagnia . . .
Domani inizia la scuola e come ogni anni dentro me si scatena una tempesta di sentimenti contrastanti:
paura, fremore, adrenalina, ansia . . . insomma, tutte cose che accompagnano ogni nuovo inizio!
In più altri pensieri abbracciano la mia mente e il mio cuore: ragionamenti sulla lontananza, sulla perdita, su alcuni rapporti . . . insomma, sono giornate queste piene riflessioni che agli occhi della gente mi fanno sembrare assente, distaccata . . . lo so . . . ma in realtà ci sono, sono ben presente . . . sono immersa in un mondo ovattato di idee . . .  qualche antico filosofo sarebbe fiero di me probabilmente . . .
Comunque . . .
Oggi ultimo giorno di vacanza, da domani si ricomincia!


mercoledì 24 agosto 2011

Siamo vicini al momento dell'accoglienza maestre! Riflettiamo!


A   come…ACCOGLIERE,……ASCOLTARE,…...ACCOMPAGNARE,

Tre azioni pedagogiche concrete e non soltanto tre auspici ideali, sono infatti termini evocatori di scelte personali e istituzionali imprescindibili (…) nella relazione con il bambino.

(…) Gli insegnanti non possono che assumere modi e toni coerenti con il senso inequivocabile delle tre A:  mettere a proprio agio qualcuno, interessarsi a quello che dice o, che vorrebbe dire, dargli sicurezza.

Accoglienza, allora, vorrà dire mandare segnali chiari in merito al clima di benvenuto da costruire non soltanto in questa o quella classe, bensì da allargare a tutta la scuola. Un’altra pelle, un’altra lingua, un’altra storia alle spalle, vanno accolte, ascoltate, accompagnate per mano.


Demetrio D., (1997) Agenda interculturale. Quotidianità ed integrazione a scuola. Idee per chi inizia. Meltemi, Roma.

 

Quando si parla di accoglienza scolastica oggi si fa riferimento quasi esclusivo ai cosiddetti alunni diversamente abili o agli alunni immigrati.
Invece il problema dell'accoglienza scolastica riguarda tutti gli alunni.
La scuola deve configurarsi come un ambiente accogliente, gratificante, piacevole per tutti, alunni e docenti.
In essa nessuno deve sentirsi a disagio, ma tutti debbono avvertire che "stanno bene" in essa, come si diceva negli anni ‘90.
Lo " star bene " a scuola è una delle caratteristiche più significative che ogni scuola deve garantire.
Ma non sempre questo si è verificato. Nel passato, la scuola era avvertita come luogo di malessere. In essa, se non male, gli alunni stavano a disagio, almeno si annoiavano. Per questo, l'ex ministro Letizia Moratti, senza alcun riferimento al suo nome di battesimo, affermava a Rimini che occorre rendere la scuola meno noiosa. Ma rendere la scuola meno noiosa significa renderla anche accogliente.
Accogliere è termine che etimologicamente significa "cordiale, ospitale". Quando gli alunni sono accolti a scuola?
Non certamente quando sono iscritti. Questo è il primo adempimento, dovuto, che non assume alcuna connotazione sul piano emotivo-affettivo.
L'accoglienza non è costituita nemmeno dalle buone maniere, dai saluti, dalle parole gentili.
L'accoglienza è cosa ben più significativa. Non era certamente accogliente la scuola di ieri, la scuola severa, la scuola dell'apprendimento motivato dalle pene, dalle minacce, dalla bocciature, dai voti bassi, ma soprattutto dal clima che in essa imperava.
Il docente, seduto in cattedra, situata sulla pedana non si preoccupava di ciascuno degli alunni, se non nei loro livelli di apprendimento delle nozioni propinate nelle lezioni e nei libri di testo.
Dalla parte opposta, gli uni contro gli altri, e non solo in senso figurato, stava la scolaresca, la classe, e non gli alunni, i singoli alunni, l'uno diverso dall'altro nelle sue caratteristiche, nelle sue motivazioni, nei suoi comportamenti.
Al docente seduto in cattedra si poneva di fronte, si parava di fronte, una scolaresca amorfa, senza volti, costituita da sagome di alunni di cui solo qualcuno riusciva a distinguersi, molto più spesso per i suoi demeriti che per i suoi meriti.
Il docente non conosceva gli alunni ma i loro livelli di apprendimento, desunti unicamente dalle interrogazioni e dalle valutazioni trimestrali o, peggio, quadrimestrali.
Quelli che oggi poniamo a fondamento dei processi apprenditivi e formativi degli alunni, cioè i loro livelli di sviluppo e di apprendimento, i loro stili e ritmi apprenditivi, le loro motivazioni, erano completamente sconosciuti dai docenti e lo sono molto spesso ancora oggi, malgrado le schede di valutazione ed i portfoli, anche perché nella scuola mancano le figure dello psicologo e del sociologo, che li potrebbero fornire.
Ma la scuola di ieri, è risaputo, non era certamente accogliente, anzi veniva vissuta come una condanna, una pena, una costrizione. E si parlava appunto di obbligo scolastico e non di diritto allo studio, inteso come diritto alla piena formazione, al successo formativo, così come oggi si prevede nel Regolamento dell'autonomia scolastica (D.P.R. 275/1999), dando finalmente attuazione all'articolo 3 della Costituzione repubblicana del 1948 che all'articolo 3 parla di pieno sviluppo (<<pieno sviluppo della persona umana>>) (art. 3, Cost.).
Oggi, la scuola ha l'obbligo di garantire il successo formativo e di garantirlo a tutti gli alunni, nel rispetto e nella valorizzazione delle loro diversità, che ovviamente occorre conoscere.
Si richiede, pertanto, un nuovo modello di scuola, fondata sulle metodologie e didattiche che presuppongono:
- la partecipazione;
- la conoscenza e l'accoglienza degli alunni che possono essere garantite dal nuovo strumento di valutazione, costituito non tanto dalla scheda di valutazione, quanto dal Portfolio, fascicolo che si dovrebbe presentare, non come album dei ricordi scolastici, ma come cartella socio-psico-pedagogica, dalla quale risulta la fotografia a colori di ciascun alunno.
Ciascuno alunno può essere accolto se è conosciuto e riconosciuto nella sua identità personale, sociale, morale, culturale, religiosa e civile.
Accogliere significa quindi non fare riferimento ad una scolaresca di alunni che eguali non sono e non debbono diventare, anche se tali sono considerati, nonostante che si presentino con le loro fisionomie personali la cui conoscenza dà ai docenti la possibilità di rispettarli nelle loro identità e quindi di accoglierli, di metterli a loro agio e soprattutto nelle migliori condizioni perché possano perseguire e conseguire il successo formativo.
L'accoglienza non è più un atto formale ma costitutivo dell'azione educativa e didattica, che garantisce a ciascun alunno le condizioni a lui più adeguate perché possano perseguire il loro successo formativo, la loro piena formazione umana, la loroautorealizzazione.
Evidentemente, questa conoscenza delle più diverse caratteristiche dei singoli alunni può essere realizzata nell'ambito dell’elaborazione del portfolio, attraverso il concorso dell’azione di indagine dello psicologo, del sociologo e dei docenti tutti.
L'accoglienza si concretizza nella creazione di un clima scolastico positivo, che cioè valorizza le competenze già possedute dall'alunno che crea un clima collaborativo tra docenti ed alunni, tra alunni ed alunni, ma soprattutto crea un clima valorizzante.
Come prevede il Regolamento dell'autonomia scolastica, la scuola deve riconoscere e valorizzare le diversità.
Ogni essere umano aspira ad essere riconosciuto nella sua identità, alla sua valorizzazione, alla sua piena accettazione, una accettazione senza limiti, senza riserve e soprattutto autentica.
L'accoglienza riguarda, non solo i rapporti tra i docenti e gli alunni, ma anche i rapporti tra gli alunni.
Lo “star bene a scuola” si attua, non solo quando i docenti valorizzano i loro singoli alunni, riconosciuti nelle loro personali identità (Fotografia a colori), ma anche quando si crea tra gli alunni un clima di accettazione, di rispetto, di accoglienza appunto.
L'accoglienza consente ad ogni alunno di fare domande, di chiedere spiegazioni, di svolgere le attività a lui più gradite.
Ma dire che nella scuola si attua l'accoglienza non significa che nella scuola non possano verificarsi anche conflitti, che sembrano la negazione dell'accoglienza.
I conflitti fanno parte della vita e si manifestano soprattutto quando si valorizzano le diversità. La scuola di ieri tendeva ad omologare, anche per evitare i conflitti che la ferrea disciplina imposta dall'alto con la lezione collettiva esigeva.
I conflitti debbono invece avere la possibilità di esprimersi per consentirne il superamento, senza influire negativamente sui soggetti, ma favorendo anzi la comprensione e quindi l'atmosfera di accoglienza anche di coloro che si presentano con esigenze e caratteristiche diverse.
L'accoglienza nella scuola non è mera formalità, fatto di saluti e belle parole, ma sta a fondamento di una scuola che si pone all'insegna della personalizzazione educativa, in quanto favorisce, non solo i rapporti tra i docenti e gli alunni e tra gli stessi alunni, ma anche perché consente di promuovere una metodologia educativa e didattica personalizzata, cioè rispettosa delle caratteristiche personali dei singoli alunni.
Comunque, l'aspetto più significativo dall'accoglienza è forse costituito dalla possibilità che essa offre di rispettare le diversità dei singoli alunni: alunni diversamente abili, alunni extra comunitari o alunni appartenenti alla cultura dell'ambiente scolastico.
Accogliere gli alunni, i singoli alunni, è il primo impegno di una scuola che si pone all'insegna della personalizzazione educativa, nella quale ogni alunno viene valorizzato nella sua identità personale, sociale, culturale, religiosa.
E come tale l'accoglienza costituisce un impegno primario degli operatori scolastici tutti, tra i quali non dovrebbero mai mancare, non solo i docenti, ma anche i sociologi e gli psicologi.

Fonte: http://www.rivistadidattica.com

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